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Analisi del sangue: quali e quando in gravidanza

Gli esami del sangue sono i primi a essere prescritti quando una donna scopre di essere in attesa. Ecco quelli consigliati.
Pubblicato il 17 gennaio 2011 da

Di routine si esegue uno screening iniziale, che rispetta il protocollo indicato dal ministero della Salute e che è sufficiente per monitorare la gravidanza al suo primo stadio.

Ad esempio, è necessario sapere se la mamma ha già contratto alcune malattie infettive, come la rosolia, l’epatite B, la toxoplasmosi, la sifilide e l’HIV. Per queste ultime due, se l’esito è negativo non occorre più ripetere l’esame, a meno che la donna non abbia comportamenti sessuali a rischio.

Riguardo la rosolia, l’ideale sarebbe fare il test già prima del concepimento: se la donna è positiva significa che ha già avuto l’infezione e ha un’immunità permanente, in caso contrario è opportuno vaccinarsi, poiché la malattia contratta in gravidanza, in particolare entro la 17ª settimana, può essere molto pericolosa per il feto.

Per la toxoplasmosi, invece, non esiste un vaccino, quindi se il test iniziale è positivo la mamma è immunizzata e non deve più sottoporsi all’esame; se risulta negativo, deve ripeterlo ogni 30-45 giorni, per intervenire con le opportune terapie farmacologiche qualora si dovesse rilevare un’infezione in atto, al fine di evitare che si ammali anche il bambino.

Importante anche l’esame per appurare che la mamma non abbia l’epatite di tipo B: il virus potrebbe essere, infatti, trasmesso al momento del parto, quindi il bambino deve essere vaccinato subito dopo la nascita.

Sempre all’inizio, è opportuno sapere se la futura mamma ha buone scorte di ferro, per far fronte alle successive richieste del feto. Attraverso l’emocromo, si valuta se è presente un’anemia, da curare con un’integrazione farmacologia e da monitorare nel corso dei mesi; in caso contrario, l’esame viene ripetuto alla 28-32ª settimana e fra la 33ª e la 37ª.

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