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Sei incinta? Tieni d’occhio la pressione

C'è un esame non invasivo e di facile esecuzione che permette di prevenire complicazioni potenzialmente serie in gravidanza. È la misura della pressione arteriosa.
Pubblicato il 12 luglio 2011 da

Tutte le future mamme dovrebbero sottoporsi a questo controllo una volta ogni quindici giorni nei primi due trimestri di attesa e una volta alla settimana nel terzo trimestre, per rilevare tempestivamente improvvisi rialzi pressori che potrebbero indicare l’insorgere della preeclampsia, una condizione patologica che comporta seri pericoli per la salute della donna e del nascituro. Nulla da temere, invece, se la pressione scende leggermente al di sotto della norma. È un fenomeno fisiologico che può provocare qualche fastidio, ma che non deve destare allarme.

Che cosa succede in gravidanza

La pressione arteriosa è il risultato dell’azione opposta di due forze: quella esercitata dal muscolo cardiaco, che a ogni contrazione pompa il sangue nei vasi, e la resistenza esercitata dalle pareti degli stessi vasi sanguigni.
La pressione massima, o sistolica, è quella che si misura nell’istante in cui il cuore si contrae. La minima, o diastolica, è quella che si misura nell’intervallo tra una pulsazione e la successiva. Entrambe sono significative dello stato di salute e del corretto funzionamento del sistema cardiovascolare, ma è la pressione minima che va tenuta sotto controllo con particolare attenzione. La massima, infatti, è facilmente influenzata da condizioni transitorie come un’emozione o uno sforzo fisico più intenso del solito. Un rialzo improvviso della pressione diastolica, invece, può essere sintomo di un reale squilibrio.
Nel corso della gravidanza, il cuore della futura mamma è soggetto a un surplus di lavoro perché deve garantire anche l’irrorazione della placenta e del feto. Fin dal primo trimestre, dunque, aumentano la frequenza dei battiti e la quantità di sangue pompata a ogni contrazione.
Nelle prime settimane di attesa, questa correzione è sufficiente a bilanciare l’incremento del numero di vasi sanguigni e la pressione si mantiene pressoché inalterata rispetto a quella abituale prima del concepimento. Con l’avanzare della gravidanza, il progesterone agisce sulle fibre muscolari delle pareti dei vasi sanguigni, ne favorisce il rilassamento e quindi la dilatazione dei vasi, che oppongono minore resistenza al flusso sanguigno. Nel secondo trimestre, questo fenomeno può determinare un abbassamento della pressione rispetto ai valori usuali.
Con l’approssimarsi del termine della gravidanza, poi, la futura mamma può andare incontro a un ulteriore abbassamento della pressione, legato a una condizione parafisiologica di anemia che comporta un maggiore lavoro da parte del cuore.

Se i valori sono bassi

Finché  la pressione massima si mantiene al di sopra di 100 e la minima al di sopra di 70, la donna di solito non avverte particolari disturbi. Al di sotto di questa soglia può sperimentare capogiri, sensazioni di vertigini, testa vuota e sudori freddi.
Questi sintomi si manifestano soprattutto in condizioni di sforzo, durante la fase digestiva o se la futura mamma si alza improvvisamente in piedi dalla posizione sdraiata o seduta. Talvolta, capogiri e palpitazioni possono insorgere quando la donna è sdraiata a pancia in su. In posizione supina, infatti, il peso del nascituro può determinare la compressione della vena cava, riducendo l’afflusso di sangue al cuore e abbassando ulteriormente la pressione.
Se questi disturbi si presentano occasionalmente e la pressione minima non scende al di sotto di 50, è sufficiente adottare alcune accortezze:

  • dormire sdraiate su un fianco,
  • alzarsi lentamente dal letto,
  • non rimanere troppo tempo ferme in piedi,
  • evitare un’esposizione prolungata al caldo afoso
  • evitare l’immersione in acqua molto calda.

In presenza di capogiri e palpitazioni, è consigliabile allentare bottoni, cinture e lacci dei vestiti e sdraiarsi per qualche minuto o sedere con il busto reclinato. I farmaci normalmente usati contro l’ipotensione sono vasocostrittori, cioè provocano il restringimento dei vasi sanguigni, e sono controindicati in gravidanza perché ridurrebbero l’afflusso di sangue alla placenta e al nascituro.
Se invece vertigini e palpitazioni si manifestano di frequente, assumono un’intensità importante e la pressione minima scende sotto 50, è necessario informare il medico curante, che valuterà l’opportunità di una visita specialistica da un cardiologo. Un eccessivo e prolungato calo di pressione, infatti, comporta una riduzione della circolazione materno-fetale e carenza di ossigeno per il feto e può essere la spia di un problema cardiologico oppure di una seria anemia.

Attente ai rialzi

Una condizione prolungata di ipertensione o un rialzo improvviso della minima sono segnali di cui è necessario tenere conto per prevenire pericolose complicazioni in gravidanza. Se la pressione arteriosa massima sale al di sopra di 140 e la minima supera 90, oppure in presenza di un rialzo della pressione minima di 30 mmHg, occorre sottoporre rapidamente la futura mamma ad analisi delle urine per rilevare un’eventuale proteinuria, cioè la presenza anomala di proteine nelle urine. Ipertensione e proteinuria sono i segni dell’insorgenza della preeclampsia, una complicazione della gravidanza che si manifesta dopo la 20esima settimana di attesa, più frequentemente dopo la 30esima. A volte si presenta già in forma grave, a volte in forma lieve, ma la sua evoluzione nel tempo è imprevedibile. Se non viene riconosciuta e trattata tempestivamente, può evolvere in eclampsia, una patologia acuta che comporta il rischio di emorragia cerebrale, danni epatici e renali per la donna e mette a repentaglio la sopravvivenza del bambino.

Sintomi riconducibili alla preeclampsia sono mal di testa severo e persistente, mal di stomaco, gonfiore improvviso agli arti inferiori e disturbi alla vista. In presenza di questi segnali è necessario misurare immediatamente la pressione, ma è opportuno che tutte le donne, anche quelle che non presentano alcun sintomo, si sottopongano periodicamente al controllo della pressione e all’esame delle urine.
L’unico sistema efficace per guarire dalla preeclampsia è partorire. Di solito dopo il parto la malattia si attenua progressivamente. Quando si manifesta precocemente, però, anticipare il parto comporta rischi per la salute del nascituro, che non ha ancora completato la sua crescita. In questi casi, l’obiettivo dei trattamenti medici è di arrestare la progressione della patologia e tenere sotto controllo le condizioni della donna il più a lungo possibile per consentire al feto di raggiungere un grado di sviluppo compatibile con la nascita.
Alla futura mamma affetta da preeclampsia in forma lieve viene prescritto riposo assoluto, frequenti visite di controllo e farmaci anti-ipertensivi scelti fra quelli che non comportano rischi per il nascituro.


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