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Il prurito in gravidanza

I sintomi, gli esami e le cure per curare un fastidioso disturbo che talvolta si presenta nell'attesa, più acuto di notte e con intensità diversa.
Pubblicato il 01 gennaio 2012 da

Soprattutto negli ultimi mesi di gravidanza, avvertire un po’ di prurito all’addome è naturale: la causa è la tensione cui è sottoposta la cute mano a mano che il pancione cresce. Il discorso cambia se il prurito non si limita alla pancia e diventa così intenso da risultare, in certi momenti, insopportabile. In questo caso, è bene parlarne con il ginecologo.

Fegato in difficoltà

Il fastidio potrebbe essere il segnale di un’insufficiente attività del fegato, che non riesce più a smaltire completamente le sostanze contenute nella bile. Sono soprattutto i sali o acidi biliari che, eliminati in modo incompleto, sono presenti nel sangue in concentrazioni più elevate della norma, generando, appunto la sensazione di prurito.
Questa condizione, piuttosto rara, viene chiamata colestasi gravidica o ittero colestatico benigno ricorrente della gravidanza e insorge nell’ultimo trimestre, dalla 32esima settimana in avanti, a causa delle modificazioni ormonali tipiche di questo periodo, più precisamente in seguito all’aumento di estrogeni e progesterone. Ma probabilmente gioca un ruolo anche una certa predisposizione genetica.

Come si caratterizza il disturbo?

È un prurito intenso, che interessa prevalentemente tronco, mani e piedi, ma può essere anche generalizzato e si manifesta soprattutto durante le ore notturne.
Ma possono comparire anche papule o puntini rossi? Di solito no, ma se la sensazione di prurito è particolarmente intensa,  può capitare che sia la donna stessa, grattandosi, a provocarsi piccole lesioni sulla pelle.

Ci sono alterazioni nel colore della cute o delle urine?

In realtà, solo nelle forme più gravi, in cui la compromissione epatica comporta anche un notevole aumento della bilirubina, si possono verificare modificazioni in forma di ittero: il colore delle urine può risultare un po’ più intenso e quello della pelle tendere al giallo. Nella maggior parte dei casi, però, questo non avviene.

Colestasi: scoprirla e curarla

Individuare la colestasi non è difficile. Oltre al sintomo tipico, la malattia può essere diagnosticata attraverso un semplice esame del sangue. In particolare vanno controllati il valore delle transaminasi e quello degli acidi biliari, che possono risultare aumentati in varia misura.
Oggi la terapia di base è rappresentata da un farmaco (il principio attivo è l’acido ursodesossicolico) che viene utilizzato, anche al di fuori della gravidanza, per i calcoli alla colecisti e che aiuta il fegato a riprendere la sua normale attivitàa. Sarà il medico a modularne il dosaggio, a seconda del livello della patologia, della risposta della paziente e, a mano a mano, della variazione dei valori biochimici.
Di solito, per attenuare il prurito viene associato anche un farmaco antistaminico e, nei casi in cui il sintomo diventa insopportabile, un farmaco a base di cortisone.

Vengono prescritti anche trattamenti per la pelle?

Può risultare utile l’applicazione di pasta all’acqua o di talco mentolato, che possono essere utilizzati all’occorrenza durante la giornata e soprattutto la sera, prima di andare a letto. Non è necessario, invece, che la dieta subisca particolari modificazioni. Meglio evitare cibi elaborati, che affaticano ulteriormente il fegato, ma si tratta di un’indicazione che probabilmente la donna in gravidanza mette già in atto.

Quali rischi per mamma e bebè?

Oltre al fastidio del prurito, per la donna non ci sono problemi particolari. Una volta conclusa la gravidanza, generalmente la situazione rientra nel giro di qualche settimana. L’importante è sapere che il disturbo potrà ripresentarsi in gravidanze successive, con modalità e tempi di insorgenza che possono essere diversi. E per quanto riguarda il piccolo? Nelle forme più acute, i dati di letteratura medica registrano un lieve aumento di rischio fetale (meno dell’1 per cento), legato al fatto che gli acidi biliari possono riuscire a oltrepassare la placenta. Ecco perché si preferisce sempre adottare un atteggiamento particolarmente prudente, tenendo sotto controllo queste future mamme.
Non esiste un protocollo generale, la cadenza del monitoraggio può variare da un ospedale all’altro. In linea di massima, si raccomanda almeno un controllo settimanale, sia della salute materna (in particolare, della funzionalità epatica e del livello degli acidi biliari) sia del benessere del bambino (che può essere fatto con esame ecografico e/o con monitoraggio cardio-tocografico). Nelle forme più severe, la paziente viene ricoverata per poter essere sottoposta a questi controlli in modo più ravvicinato e, qualora la situazione dovesse richiederlo, si interviene facendo nascere il piccolo, in genere, dopo la 35esima settimana. Nella maggior parte dei casi, il parto avviene spontaneamente, intorno alla 37esima-38esima settimana”.

E dopo la nascita, attenzione alla pillola

Dopo il parto, la donna che ha sofferto di colestasi dovrà avere qualche attenzione in più sul versante della contraccezione orale: essendo un disturbo legato agli ormoni, la pillola potrebbe infatti far sì che il problema si ripresenti.
Non si tratta di un divieto assoluto, ma di una controindicazione relativa, dato che le pillole di ultima generazione contengono un dosaggio ormonale decisamente basso. In ogni caso la situazione va valutata con il ginecologo.


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